Live Report: Trivium + Bullet For My Valentine @ Alcatraz (MI) – 17/02/2025
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Live Report: Trivium + Bullet For My Valentine @ Alcatraz (MI) – 17/02/2025
a cura di Martina L’Insalata
È una serata all’insegna della nostalgia quella del 17 febbraio all’Alcatraz di Milano, che vede ospiti i Bullet For My Valentine e i Trivium in un tour co-headliner per il ventennale dall’uscita di The Poison e Ascendancy, dischi unici e capostipiti dei loro generi.
In apertura a scaldare gli animi, gli svedesi Orbit Culture: band di stampo death metal duro e puro, di quello tipico scandinavo e ben fatto. Catturano l’attenzione del pubblico con doppia cassa e pezzi come Descent, North Star of Nija, While We Serve e Vultures of the North.
A seguire, attesissimi, i Bullet For My Valentine: la band sale sul palco sull’intro di The Poison, registrato con gli Apocalyptica e attacca, proprio come su disco, con Her Voice Resides e 4 Words (to Choke Upon).
L’affetto del pubblico è qualcosa di talmente evidente da poterlo quasi toccare e afferrare con mano, non è mai così scontato assistere a un pubblico davvero così fedele. Tutti cantano tutto, ma proprio tutto: soprattutto i riff di chitarra di quel lontano 2005 che hanno di fatto segnato un genere, quello del metalcore. Forse però tutti quei riferimenti all’heavy metal più classico in un genere così moderno, all’epoca, erano fin troppo avanti: non a caso Matt Tuck ci tiene a presentare l’intero disco come “quello uscito nel 2004, ma che ha spopolato in vetta alle classifiche un po’ più tardi, nel 2006”. Impensabile in un’industria musicale che corre sempre velocissimo, ma quando si parla di qualità non c’è data di scadenza che regga.
Ad ogni modo, vent’anni dopo i Bullet For My Valentine sono nell’olimpo del metalcore, capostipiti di un genere che loro stessi hanno contribuito a creare e formare. L’impressione è quella di assistere a un live importante per lo più per i millennial degli anni ‘90, cresciuti negli anni duemila proprio con quel disco. Forse è come un tornare a scuola, al primo amore, come tornare a casa. Sembra di essere a un live dei Metallica con gli adulti più adulti di noi che rivivono la loro giovinezza, mentre sul palco viene portata avanti una vera e propria legacy.
Ecco, probabilmente non c’è paragone più azzeccato: i Bullet For My Valentine sono i nostri Metallica e Tears Don’t Fall è, senza dubbio, la nostra Master of Puppets. Matt Tuck si prende del tempo per cantare il ritornello col pubblico per poi farcela sentire da capo, full band. Guardo il ragazzo davanti a me, con ciuffo piastrato e bracciale rigorosamente a scacchi sul polso, e penso a quanto da ragazzini il mondo della musica ti sembri così immenso e inesplorato da meravigliarti ad ogni nuovo suono scoperto, nel mio caso con un’amica di quelle emo vecchia scuola che sui primi telefoni bluetooth avevano tutta quella roba lì, dagli Avenged Sevenfold passando per i Silverstein, finendo per forza proprio su quella Tears Don’t Fall.
Si procede in ordine di tracklist: Suffocating Under Words of Sorrow, Hit The Floor, All These Things I Hate, Hand Of Blood, Room 409. “È un peccato che ci siano voluti vent’anni per farlo accadere”, commenta Matt Tuck costantemente meravigliato dal feedback positivo del pubblico.
Sembra andare tutto troppo veloce e finire tutto troppo in fretta: dalla title track arriviamo a The End, passando per 10 Years Today e Cries In Vain. Dovrebbe esserci un tasto rewind da poter spingere per poter rifare tutto da capo almeno tre volte.
I Bullet For My Valentine però non si risparmiano: concludono il loro set con Knives, dal disco omonimo del 2021 e Waking The Demon, da Scream Aim Fire.
Ritornano al pubblico tutto l’affetto che ogni spettatore ha mostrato, lanciando plettri e avvicinandosi più che possono. Walk dei Pantera risuona tra i saluti, e penso davvero sia la cosa più vicina al concetto di casa a cui si possa prendere parte.
Ci lasciano carichissimi in attesa dei Trivium, che salgono sul palco su Hit The Lights, proprio dei Metallica. Tutto torna.
Dopo l’intro di The End of Everything si fa sul serio: la band di Orlando inizia con Rain e Pull Harder on the Strings of Your Martyr, anche loro rigorosamente in ordine di tracklist.
“Buonasera, siamo i Trivium” dice Matt Heafy in una pronuncia italiana perfetta come poche. Il pubblico sembra essere addirittura aumentato e ancor più carico: continuano a cantarle tutte, dalla title track Ascendancy a Like Light to the Flies, Dying In Your Arms, The Deceived. Anche qui il tempo sembra correre troppo veloce nel viale dei ricordi ma allo stesso tempo sono tutti lì immersi nella musica a godersi il momento.
“Fate casino per il nostro bassista italiano per metà, Paolo Francesco Gregoletto e cantate con me”, ordina Matt Heafy. Il viaggio continua su Suffocating Sight e Departure.
“Tutto questo è incredibile, e stasera siete decisamente il pubblico italiano più numeroso degli ultimi vent’anni. Non importa se abbiate ascoltato questo disco ora nel presente o se l’avete vissuto vent’anni fa. Godetevi il momento”. È la dedica finale prima di Declaration e In Waves, che chiude il cerchio.
Ci salutiamo sulle note di Heaven and Hell dei Black Sabbath. Ancora una volta un classico, ancora una volta qualcosa di epocale proprio come quello a cui abbiamo appena assistito, scolpito tra i ricordi di un’adolescenza mai abbandonata.