Recensione: Colony
Dopo aver partorito capolavori di “swedish death metal” quali “Lunar Strain”, il mini-CD “Subterranean”, il mitico “The Jester’s Race” e “Whoracle”, ecco il nuovo pargolo degli In Flames del ’99. Considerato giustamente l’album della svolta stilistica operata dai 5 di Goteborg, è il prologo di ciò cui ci abitueranno Jesper e soci. Novità in casa In Flames: cambia il bassista (lo storico Johan Larsson li ha lasciati dopo l’uscita di “Whoracle”) ed il batterista/chitarrista (ma solo in studio) Bjorn Gelotte ha deciso di abbandonare le pelli per dedicarsi esclusivamente alla sei corde; il nuovo drummer è David Svensson; Anders Friden per la prima volta si cimenta con le voci pulite alternate alle solite screaming vocals, e per la prima volta si avvertono inserti di tastiere, synth e addirittura Hammond.
L’album in questione è come al solito all’avanguardia (anche se i mutamenti sono solo accennati). Jesper risulta essere come al solito un mostruoso riff-maker (vincerà il Grammy giapponese come miglior compositore contemporaneo).
Si parte secondo la classica tradizione in-flames-iana con “Embody the Invisible”: death metal influenzato dal classic (Maiden in primis), song leggermente up-tempo, insieme di potenza e melodia.
Con “Ordinary Story” il discorso invece cambia: strofa lenta con cantato pulito molto “litanioso” per poi sfociare in un ritornello mid-tempo abbastanza, ma mai troppo, aggressivo. “Scorn” è una classica In Flames song, ergo bellissima canzone di death melodico, nella quale l’elemento originalità è fornito dai filtri e dagli effetti che Anders usa nelle strofe. “Colony” parte con Hammond a tessere melodie di riempimento e prosegue con un deciso mid-tempo. Una caratteristica dell’album è che le composizioni non sono mai molto tirate e violente, ma pacate, riflessive… disperate quasi. “Zombie Inc.” è un capolavoro di song-writing con un intermezzo chitarristico da brividi (forse il più bello della loro carriera passata e a venire). In “Pallar Anders Visa” i Nostri riecheggiano la matrice folk cara alle loro prime due uscite discografiche. “Coerced Coexistence” e “Resin” sono canzoni nella media (alta, lo ripeto) che non aggiungono niente di più a quanto già detto. “Behind Space ’99” è il riarrangiamento di una song apparsa su “Lunar Strain”. In “Insipid 2000” si possono ascoltare in sottofondo trame synth molto azzeccate nel contesto, che rendono la canzone più tecnologica (quasi futuristica). Si arriva all’ultima bellissima “The New World”, con un assolo che, secondo me, da solo vale l’acquisto del CD.
Nota importante è la produzione: curatissima, più che in precedenza, con un suono di batteria sugli scudi ed un utilizzo della saturazione delle chitarre mai esagerato ed assestato su toni mediosi che rendono il sound generale meno freddo e finto.
In definitiva un’opera di notevole caratura, che deve essere acquistata senza indugi (checché ne dicano i detrattori dei Nostri).
Tracklist:
1. Embody the Invisible
2. Ordinary Story
3. Scorn
4. Colony
5. Zombie Inc.
6. Pallar Anders Visa
7. Coerced Coexistence
8. Resin
9. Behind Space ’99
10. Insipid 2000
11. The New World